EMILIO SALGARI
a cura di Alberto Leoncini
Emilio
Salgari può tranquillamente essere considerato uno degli autori
più particolari della Storia della letteratura italiana.
Nessuno come lui, infatti, è riuscito ad appassionare e a coinvolgere
generazioni e generazioni di italiani. Dai neo italiani, quegli uomini
nati in uno stato unito solo nella forma, fino ai giorni nostri.
Finora, Salgari è stato considerato come un autore di basso profilo,
un produttivo, con buone doti narrative e rapsodiche ma senza alcuno
spessore culturale ed intellettuale.
Ecco perché oggi molte persone si trovano impegnate nella sua
rivalutazione, proprio per conferirgli quello status di intellettuale
capace di dare un significativo contributo alla crescita culturale di
una Nazione che doveva ancora trovare la propria dimensione, risolvere
svariati problemi, tra cui l'enorme piaga dell'analfabetismo e non si
può certo negare che Salgari non abbia contribuito a fare questo,
nessuno come lui, infatti, è riuscito ad aprire una finestra
sul mondo, sui suoi usi e costumi, sulla sua storia, tenuto conto del
fatto che eravamo in un'epoca nella quale spesso non vi era comprensione
linguistica tra cittadini del Nord e cittadini del Sud e viceversa.
Fu un autore estremamente prolifico ed attivo, portano la sua firma
ben 85 romanzi e 167 racconti, senza enumerare l'esorbitante
numero di apocrifi postumi, di cui, in molti casi, vi è una effettiva
presenza letteraria di Salgari.
Appare quindi evidente che Salgari sia un universo dal quale possono
essere estrapolati un numero enorme di spunti e approfondimenti, in
larga parte inesplorati a tutt'oggi.
Salgari
vide la luce il 21 agosto 1862 (lui si spacciava per un anno
più giovane, ecco perché in molti testi si trova erroneamente
scritto 1863) presso una benestante famiglia di Verona. Il padre era
un commerciante di stoffe e la madre una veneziana di origini dalmate.
Stando ad aneddoti non verificabili pare sia stato proprio un fratello
di quest'ultima, un marinaio dalmata, ad accendere in Salgari la scintilla
dei viaggi e delle avventure, narrando al nipote avventure e storie
di mare e di pirati.
Sempre ammesso che siano vere, questi racconti trovarono terreno fertile
in questo vispissimo e un po' birbante fanciullo, che manifestò
fin da subito una spiccata voglia di uscire dagli schemi e dalle regole,
ma questo gli creò non pochi problemi scolastici, visto che non
se la cavò mai troppo bene, eccetto in italiano (i casi della
vita
.).
Il padre volle egualmente iscriverlo all'Istituto Nautico Paolo Sarpi
di Venezia, città dove alloggiò presso una zia per tutta
la durata delle lezioni, senza però conseguire alcun diploma
di Capitano di lungo corso.
Benchè per tutta la vita lui si sia fregiato di questo titolo,
tanto che molti anni dopo si troverà a duellare con un collega
giornalista, Giovanni Biasioli de "L'Adige", proprio perché
quest'ultimo negò in pubblico, a ragione, il fatto che Salgari
fosse effettivamente Capitano. In questo duello Salgari ebbe la meglio
e ferì il contendente, dovendo però scontare un periodo
di reclusione.
Dopo il periodo all'Istituto Sarpi, questo fallimentare studente compì
l'unico viaggio della sua vita, non si sa se come passeggero o come
mozzo a bordo de "L'Italia Una", una sgangherata nave che
faceva il giro dell'Adriatico partendo da Venezia, proseguiva costeggiando
la riviera dalmata, fino a Ragusa (Dubrovnik) tornando sul versante
italiano.
Tornato a Verona cominciò a collaborare con vari giornali e riviste,
finchè non fu assunto come cronista a "La Nuova Arena",
quotidiano veronese nato in opposizione ideale e politica rispetto a
"L'Arena", qui si occupava di cronaca locale, ma fu per puro
caso che cominciò a scrivere racconti d'appendice, il primo fu
"La tigre della Malesia", che gli venne ricompensato con una
torta ed una bottiglia di vino, ma che riscossero un successo di pubblico
senza precedenti, tanto da portare un numero considerevole di lettori
dagli storici quotidiani veronesi, quali "L'Arena" e "L'Adige",
alla neonata "Nuova Arena", che versava in una pesante crisi
finanziaria. Naturalmente non passò molto tempo prima che "L'Arena"
proponesse un posto da redattore centrale a Salgari, per poterlo portare
dalla propria parte della barricata, questi accettò con amarezza,
perché la separazione dal vecchio impiego fu dolorosa, anche
se più remunerativa, visto che per lui aveva creato un ottimo
rapporto con i colleghi della redazione. La vita però ha delle
esigenze a volte diverse, perché Salgari dovette pensare alla
famiglia che si trovava a mantenere. Nel gennaio 1892, infatti Salgari
si sposò con Ida Peruzzi, un'attrice conosciuta durante un servizio
per il giornale, da lui ribattezzata "Aida", in onore del
personaggio verdiano. Questa figura sarà una delle più
significative nella vita di Salgari, infatti lui sarà sempre
legatissimo a questa donna, venendo ricambiato, pur tra le mille difficoltà
che i due si troveranno ad affrontare insieme ai figli, ai quali Salgari
impose nomi esotici, in onore degli eroi da lui creati (Omar, Romero,
Nadir e Fatima).
Salgari coltivò per tutta la vita alcune passioni, quali per
esempio lo sport (fu il fondatore del Circolo Velocipedistico Torinese,
ma si faceva valere anche nella scherma, nella corsa e nel nuoto) e
l'opera lirica, ammirando in special modo Verdi e Wagner.
La vita di Salgari si sviluppò anche a Genova, città dove
visse per un paio d'anni e a Torino, dove morì. Naturalmente
con il suo trasferimento lasciò gli incarichi giornalistici per
dedicarsi solo alla scrittura, trovandosi costretto a firmare contratti
soffocanti con gli editori che si arrichirono alle spalle della fantasia
di questo incredibile scrittore che realizzava tirature a cinque zeri,
inimmaginabili per l'epoca.
Le condizioni economiche della famiglia si aggravarono con il manifestarsi
delle prime crisi psichiche della moglie costretta a vivere in condizioni
drammatiche nonostante il successo del marito.
Ormai il nostro scrittore non era più quel "tarchiato giovanotto
con i capelli scuri e gli occhi neri vivissimi", come ebbe modo
di definirlo il direttore della "Nuova Arena", bensì
uno uomo sfinito che dimostrava ben di più dell'età che
aveva, costretto a notti insonni al tavolino e sempre più preoccupato
per il futuro della famiglia.
Salgari, dunque, si suicidò il 25 aprile 1911 su un colle intorno
a Torino, non prima di aver scritto una durissima lettera d'accusa verso
gli editori, rei di essersi arrichiti senza scrupoli sulla sua fatica,
senza permettergli una vita dignitosa. Lettera che si concludeva con
le lapidarie parole "vi saluto spezzando la penna", segno
che l'epopea salgariana si era conclusa.
Alla cerimonia funebre di Salgari parteciparono un gran numero di giovani
con i suoi libri sotto braccio, forse erano gli unici che si resero
conto di cosa fosse successo. Naturalmente non vi fu l'ombra di un rappresentante
delle istituzioni, nè politiche, nè culturali. A onor
del vero, però, molti enti parteciparono alla gara di solidarietà
innescatasi dopo la morte di Salgari, anche qui vi furono molti ragazzi
di ogni parte d'Italia che contribuirono con i loro risparmi a dare
un aiuto alla famiglia di quell'uomo che aveva regalato loro degli indimenticabili
momenti di spensieratezza.
a cura di Alberto Leoncini
Luglio 2004