nu. 32 anno terzo¬ 1 novembre 2006 mensile online gratuito
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Alitalia: requiem per un mito


Risultano ormai così sgualcite le divise delle hostess della nostra compagnia di bandiera, seppur uscite dalle abili mani della maison Balestra. Le fini livree degli aerei quasi non sembrano spuntate dall'italico genio di Trussardi; i giornali ci dicono che l'Alitalia perde ogni volta che fa volare un aereo. Non riesce nemmeno a stare dentro con le spese vive, nonostante molte compagnie concorrenti macinino utili milionari.

a cura di Abcveneto

Un certo fatalismo congenito nell'anima italiana, potrebbe portarci a considerare questo fatto solo come uno dei plurimi aspetti dello sfascio del nostro sistema industriale. Tale spiegazione ha l'incommensurabile vantaggio di assolvere l'inettitudine della nostra classe politica, ma se ben ci pensiamo è il peggior capo d'accusa nei confronti di quest'ultima.
Domandarci, ma soprattutto domandare a chi di dovere, il perché di questo stato di cose ci porta a delle considerazioni piuttosto ampie che mi è impossibile esaurire in questa sede, pertanto mi accingo a segnalare una lettura che senz'altro può aiutarci in tal senso, si tratta di "Alitalia: gli anni dell'oblio", scritto da Antonio Bordoni, esperto internazionale di aviazione commerciale, per i tipi della "Travel Factory" (€ 20,00 www.travelfactory.it ).
Tale opera fornisce un eccellente quadro delle reali cause dello stato comatoso della nostra compagnia di bandiera, senza addurre alle trite e ritrite cause sciorinate dalle pagine economiche dei quotidiani (crescita delle compagnie low-cost, costi del lavoro troppo elevati, mancanza di flessibilità…), per cercare di cogliere i gangli reali del problema, talora in modo anche troppo specialistico e settoriale, con il rischio di perdere di vista la reale portata "sociale" del fenomeno. Un paese senza una grande compagnia aerea competitiva a livello mondiale è un paese più debole, meno incentivato all'investimento sulle infrastrutture, dove i flussi turistici, transoceanici specialmente, (settore vitale per l'economia italiana) saranno contingentati dalle compagnie aeree straniere, per non parlare poi della perdita dell'indotto, dell'immagine e dell'ingresso di capitali attuato dai clienti stranieri trasportati da Alitalia.
E' chiaro quindi che Alitalia non è solo un'industria che da vivere a circa 22.000 persone, ma è anche un operatore strategico irrinunciabile, anche in virtù del mantenimento di una "cultura del volo", ormai in via di smarrimento.
Si è per troppo tempo detto che le misure "protezionistiche" o "di nicchia" sono una droga per l'economia, tanto che si imputa alla fine di queste situazioni la generalizzata crisi industriale italiana. Ammesso che possano essere considerate droghe, e non pratiche ancora largamente usate da molti stati (vedi la Cina, che sovvenziona le esportazioni delle sue imprese fino al 13%) vorrei che mi si trovasse uno specialista in disintossicazione che proponesse come terapia il blocco totale ed immediato dell'assunzione di sostanze stupefacenti, senza alcun processo intermedio. Non mi risultano, poi, dogmi della Congregazione per la Dottrina della Fede concernenti l'univocità economica, pertanto non riesco a capire perché in tutte le economie del mondo si debba inseguire sempre e comunque il Verbo della moneta, del profitto e dello sfruttamento.
E' evidente che alle spalle ci sia ben altro, e mi sembra altrettanto evidente che sia ridicolo imputare ad altri soggetti una crisi che la nostra classe dirigente ha plasmato con le proprie mani.
Quali altre compagnie si basano su due "hub" (Fiumicino e Malpensa), anziché su un unico grande aeroporto di scambio? Perché le rotte transoceaniche e domestiche sono ridotte all'osso, mentre quelle a medio raggio sono bellamente esposte alla concorrenza di vettori più competitivi? Perché si sono susseguite una infinita schiera di operazioni di management lasciate spesso a metà o non concluse (Alitalia Team, Eurofly…)? Perché non si sono mai stette alleanze davvero durature e significative? Perché Alitalia non si è posizionata su un segmento "di qualità" portando invece avanti ad una politica industriale promiscua e pasticciata?
Queste e molte altre ancora potrebbero essere le domande che, dopo aver letto questo libro, i cittadini dovrebbero fare ai loro amministratori; tutto questo non per un afflato di giustizialismo della domenica, ma per domandare ragione del coma di un importante patrimonio pubblico, appartenente pertanto in egual misura a tutti i cittadini italiani. Non è un caso, infatti, che in tanti stiano mettendo gli occhi sopra i "tesori di famiglia" di Alitalia, perché aggiudicarsi a prezzo di realizzo la settima compagnia aerea del mondo, è davvero un'ottima occasione.
Ciò che appare evidente dalla lettura del libro, è che la crisi ha radici profonde, fatto che ha giustificato un infinito scarica barile all'interno dell'insieme delle forze politiche; tuttavia è increscioso che le uniche ricette proposte siano quelle dei "tagli" e "dimagrimenti", come se la storia non avesse ancora insegnato che la miglior difesa è sempre l'attacco.
Estremamente ben curato, poi, è l'aspetto comparativo; da cui si evincono, tabelle e dati alla mano, le strategie sbagliate e fallimentari, gli errori e le sottovalutazioni sulla politica industriale della compagnia.
L'unico augurio che posso fare, è quello che un giorno ci sia davvero "una compagnia migliore", come recitava lo spazio pubblicitario acquistato dai piloti nel 1994 per denunciare la miopia delle scelte aziendali (Bordoni a tal proposito commenta sarcasticamente: gli italiani la stanno ancora sognando nell'anno 2006), e che il "vi porteremo ovunque" non venga riciclato da qualche altro operatore.


Alberto Leoncini



 

 

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