Treviso: un evento eccezionale, Andrea Raccagni alla
galleria Polin
GALLERIA POLIN - MOSTRA PERSONALE
06 maggio al 31 maggio 2006 - Treviso - Vicolo S. Pancrazio
3,
www.galleriapolin.com
a cura di Abcveneto
Andrea Raccagni secondo Vittorio Sgarbi
"Le opere di Raccagni? Frammenti di Apocalisse"
Osteria Grande. E' senza dubbio insolito visitare l'atelier
di un artista nel cuore della notte, quantomeno originale,
ma è proprio in questo scenario che Vittorio Sgarbi
ha voluto incontrare l'opera di Andrea Raccagni, a casa
sua, nel suo Capannone a Osteria Grande. Un sabato di
febbraio, in un paese addormentato, silenzioso, celato
dalla nebbia che contribuisce ad intimizzare le esperienze,
i familiari e alcuni amici estimatori si sono dati appuntamento
nel fulcro dell'opera del Maestro, per celebrarne il lavoro
e ricordarne la personalità. Tra questi, un ospite
illustre: l'onorevole Vittorio Sgarbi. In una luce surreale,
in un clima di calorosa accoglienza, propria della famiglia
Raccagni e in particolare di Dea, moglie del Maestro scomparso,
Vittorio Sgarbi ha ripercorso le tappe di una produzione
artistica lunga una vita, in quello che fu il Tempio dell'arte,
il Cosmo creativo di Andrea Racagni: il Capannone.
Onorevole Sgarbi, cosa La lega all'opera di Andra Raccagni?
"Conobbi l'opera di Raccagni da giovanissimo, quando,
ventunenne, seguivo a Bologna le lezioni di Storia dell'Arte
di Francesco Arcangeli. A distanza di un paio d'anni,
nel 1973, visitai la sua mostra a Ferrara, curata dallo
stesso Arcangeli. Si sa che l'ultimo scritto del celebre
critico fu proprio per Raccagni, ed io, allora suo allievo,
trovai la cosa simbolica e commovente al tempo stesso.
Questo mi ha portato ad offrire da sempre la mia disponibilità
nei confronti di Andrea".
E' quindi venuto a contatto con l'opera di Raccagni a
Ferrara, lungi dallo spazio creativo originale. Questa
sera, visita per la prima volta il Capannone: qual è
l'impatto? "E' una straordinaria situazione di spazio
che lui immaginava come museo. Così come la sua
visione della vita".
articolo prosegue sotto
Come mai è qui questa sera? "Purtroppo la
mia disponibilità nei suoi confronti, in vita non
si è realizzata. Si realizza ora, a distanza di
30 anni. Non occuparsene prima è stata una colpa
di omissione".
Andrea Raccagni è nato a Imola il 10 novembre
1921. Laureato in Scienze agrarie all'Università
di Bologna, si dedica alla pittura dal 1941 Frequenta
gli studi dei pittori Della Volpe e Margotti a Imola e
saltuariamente quello di Giorgio Morandi a Bologna. Espone
in mostre nazionali e internazionali dal 1948, riportando
premi e segnalazioni. I lavori di Raccagni si trovano
presso pinacoteche pubbliche e collezioni private.Ha vinto
sette concorsi nazionali per opere pubbliche con lavori
in mosaico, bronzo e pittura. Ha allestito mostre personali
a Bologna, Firenze, Milano, Panna, Ferrara, Faenza, Forli,
Roma, Rimini, Ravenna, Imola, San Marino; Riccione, di
cui cinque presentate da Francesco Arcangeli e altrettante
da Renato Barilli. Nell'anno accademico 1970-1971 è
stata discussa presso l'Università di Bologna una
tesi di laurea dal titolo Andrei Raccagni e l'ambiente
imolese, mentre nel 1971 sempre presso l'Università
di Bologna, è stata concessa da Francesco Arcangeli
la tesi di specializzazione vitalismo in Romagna, Baccarini,
Boccioni, Moreni e Raccagni. Si è interessato a
lungo di poesia, ricevendo premi e segnalazioni e pubblicando
nel 1952 il poemetto Soldato, a cura di Mario Spinella.
Altre opere sono tuttora inedite. Si è interessato
inoltre di critica d'arte presentando mostre di artisti
e approfondendo le ragioni critiche del proprio lavoro
nei Liberi (1958), in Una concezione dinamica sul reaIismo
moderno (1964), in Comportamento erosestetico (1969),
e in Comportamento paesaggistico (1970). Ha tenuto innumerevoli
conferenze sull'arte, è stato docente di Arte contemporanea
presso "Università Aperta" ad Imola per
parecchi anni. Ha pubblicato presso la casa editrice De
Agostani un volume di Educazione artistica, di cui ha
curato la sezione di Storia dell'arte. Per la sua produzione
artistica ha ricevuto nell'estate 1986 a Crodo (Novara)
il °Premio Ambiente`. Nel 1987 a Lugano ha ricevuto
il riconoscimento °CIarus Magister 1987". Nel
1988 gli viene assegnato a Lugano il titolo di "Magister
Preclarus 1988". Fra le innumerevoli mostre personali
e collettive tenute dall'artista segnaliamo le più
importanti: 1953, Firenze Galleria Numero 21;1957, Bologna
Galleria del Circolo Artistico, con presentazione di Francesco
Arcangeli; 1959, Milano Galleria Pater, presentazione
di Francesco Arcangeli 1963 Milano Galleria Pater presentato
da Glllo Dorfles;1963, Rimini e Verucchio, è invitato
da Giulio Carlo Argan al Convegno Internazionale dei critici
e studiosi d'arte, con una presentazione critica di Renato
Barìllì;1964, Roma Galleria d'Alibert con
Burri, Fontana e artisti di Forma Uno; 1970, Bologna Galleria
San Luca, con presentazione di Renato Barilli; nello stesso
anno Renato Barilli lo inserisce nella mostra "Nuove
presenze nell'arte italiana, Imola Chiostri di San Domenico;
ancora nei 1970 Francesco Arcangeli lo presenta alla Galleria
Duemila a Bologna;1973, Ferrara Palazzo dei Diamanti,
mostra antologica dove Francesco Arcangeli scrive
la sua ultima recensione; nello stesso anno viene presentato
con testi critici di Francesco Arcangeli, Renato
Barillì e Flavio Carolì alla Galleria La
Bottega a Ravenna;1974, Bologna Galleria d'Arte moderna
Bologna 2, Renato Barilli lo inserisce nella mostra "Sei
artisti informali`;1976, Parma, espone alla Galleria Steccata;
successivamente Raccagni presenta alla Galleria d'Essai
a Bologna una selezione di gioielli materici con una testimonianza
critica di Francesco Arcangeli; 1977 Ravenna, espone alla
Galleria Mariani; al Capannone di Osteria Grande Claudio
Spadoni cura il progetto Arte e vita, un atelier per gli
artisti contemporanei con il patrocinio della Regione
Emilia Romagna, della Provincia di Bologna e dei comuni
di Bologna, Castel San Pietro e Imola; 1978, Roma Galleria
Esse Arte, presentazione di Renato Barilli. 1980, Bologna
Galleria San Luca e Duemila, presentazione di Franco Solmi;1982,
Bologna Galleria d'Arte Moderna, mostra antologica con
oltre duecento lavori dal 1945 al 1982, curata da Claudio
Spadoni, con apparati critici di Solmi, M. Pasquali e
Viroli; 1983, Bologna Galleria d'Arte moderna, partecipa
nella sezione pittorica e fotografica della grande mostra
l'Informale in Italia a cura di Renato Barilli e Franco
Solmi; l'artista viene presentato in catalogo da Roberto
Daolio e Paola Serra Zanetti;1984, Venezia e Ferrara,
il giovane critico Roberto Pasini invita Raccagni nella
mostra `De Via Aemilia;1985, Repubblica di San Marino,
mostra antologica a cura di Renato Barilli e Claudio Spadoni;1986,
Capannone Osteria Grande, espone i Funghi di Chernobyl,
presentazione di Borgogelli, Bacilieri, Conenna;1988,
Bologna, è invitato al Premio Internazionale Marconi
ed espone l'opera Golaxia Vitae; nello stesso anno è
invitato da Claudio Spadoni alla mostra "Intorno
al Sessanta', Imola Chiostri di San Domenico; 1989, Ravenna,
espone in Santa Maria delle Croci presentato da Vittoria
Coen. 1993, Imola, Chiostri di San Domenico, mostra antologica
L'Informale e i Liberi (1943-1963), curata da Roberto
Pasini con testo critico di Renato Barilli, catalogo Mazzotta;
1994, Bologna-New York, A. Bacilieri lo invita con Cremonini,
Cuniberti, Minguzzi, Pozzati, Sartelli ecc. ad una collettiva
itinerante; nello stesso anno esce, per Pendragon (Bologna),
il volume La passione vitalistica contenente gli scritti
che Francesco Arcangeli dedicò a Raccagni; 1995,
nel libro L'informale, Stati Uniti, Europa, Italia l'autore
Roberto Pasini dà grande rilievo alla figura di
Raccagni, dai lavori protoinformali del 1946 fino ai Liberi
cosmicospaziali del 1957-1965;1996, Pavullo Pinacoteca
e Galleria d'Arte contemporanea, Alessandra Borgogelli
presenta un'ampia retrospettiva dal titolo "Furore
Biogenetico 1986-1996°;199'7, Faenza, a cura di Silvia
Grandi, 'Viaggio nella luce 1959-1997°, Salone della
Molinella; nello stesso anno a Bologna partecipa a "Rewind
anni '60"assieme a Calzolari, Cuniberti, Nanni e
Pozzati, a cura di Valerio Dehò; 2001, il Comune
di Castel San Pietro Terme e il Comune di Imola ospitano
la mostra 'Andrea Raccagni. Fotografie informali 1955-1957";
Claudio Marra, Paola Serra Zanetti e Marcello Pecchioli
ne curano la sezione critica. Nel mese di febbraio 2001
Vittorio Sgarbi nella sua trasmissione televisiva La casa
dell'anima, ricordando il critico d'arte e suo maestro
Francesco Arcangeli, citava lungamente la produzione di
Raccagni, mostrando una serie di opere scelte da lui.
Muore nel 2005
Critica Raccagni e l'ultimo naturalismo.
Andrea Raccagni è nato ufficialmente alla mia
attenzione quando Francesco Arcangeli ebbe a presentarlo
in una personale bolognese, concepita versa Ia fine del
'56, inserendolo nella pattuglia degli Ultimi Naturalisti,
su cui da qualche anno puntava tutte le sue carte. Ma
già allora, rispetto ai compagni di cardata, bolognesi
a più genericamente "Lombardi" (Morlotti,
Moreni, Mandelli, Vacchi, Bendm1, Pulga, Ferrari...),
Raccagni si distingueva per il suo estremismo, per la
sua volontà di apparire eccessivo. Diciamo Che
egli si collocava alla sinistra del gruppo. Essere alla
sinistra, nel sua caso significava non accontentarsi delle
normali mediazioni pittoriche cui si arrestavano gli altri,
pur nell'atto di ingrossare le "paste" e di
usarle in aggetto; ma per loro si trattava pur sempre
di "paste" cromatiche estratte da tubetti a
da barattoli di colore uscita da una normale lavorazione
industriale. Raccagni invece si caratterizzava per intenti
di "concretezza", ricorrendo a quelle che eloquentemente
chiamava "tecniche miste", ove cioè il
colore si univa a pietruzze e minerali, a tele rigonfie,
a fibre contorte. E anche l'immagine complessiva risultante
esulava da quel tanto di naturalismo residuale che si
poteva rintracciare negli altri: non esisteva, cioè,
un rapporto a scala umana con i vegetali, i dossi, i tumuli
collinosi di un ambiente paesistica, ma veniva additato
piuttosto un tuffa "dentro" Ia materia, a per
la meno a un palmo da essa, can deliberata miopia, senza
alcuna distanza prospettica. Diciamo insomma Che Raccagni
tentava di fondere Ia "concretezza" degli assemblages
di Burri cOn Ia mitologia della natura propria dei "Lombardi";
a che guardava verso le esperienze polimateriche di Dubuffet,
di Tàpies, di Millares. D'altra parte, l'evacazione
di questi nomi del panorama internazionale dominante in
quegli anni non deve trarre in inganna facendo pensare
a un Raccagni troppo sbilanciata in direzione cosmopolita.
0 meglio, c'era in lui senza dubbia questa ansia di evadere,
di esplodere, ma combinata can l'altra di abbarbicarsi
alle zolle del suo habitat atavico, la provincia imolese.
Provincialismo e cosmopolitismo pasti quasi in cortocircuita,
pronti a rovesciarsi l'uno nell' altro: in perfetta rispondenza,
del resto, can I Caratteri stessi di quella provincia
romagnola, ave Ia fertilità naturale della terra
si sposa a meraviglia con la produttività artificiale
delle fabbrichette e degli stabilimenti in cui magari
si praticano, benché su scala artigianale, tecnologie
avanzate. Non sorprenderebbe di constatare che in uno
di quei tanti capannoni qualche inventore pazzo e spericolata
stesse montando pezzo a pezzo, cOn bricolage fra l'ingenua
e il sofisticata, un'astronave pronta a partire per temerari
viaggi spaziali, conducendone l'assemblaggio a poca distanza
da una distesa di mele a di pomodori raccolti come provviste
per l'inverno a per fame conserve.[...]
Pittura o scultura?
Se si dovesse definire in breve il senso dell'ormai lunga
attività di Andrea Raccagni, si potrebbe dire che
essa si è proposta di ricercare in ogni caso ciò
che eccede il cosiddetto "giusto mezzo" ciò
che va oltre e trasmoda ogni equilibrio convenzionale
e precostituito. Si tratta di un'arte che vuol testimoniare
della contingenza fondamentale, dell'imprevedibilità
della vita, del fatto che essa non può essere chiusa
entro schemi semplificati e ridotti. E' dunque un'arte
di segno opposto a quello sotto cui si raccolgono i cultori
delle forme geometriche, coloro Che tentano di progettare
mondi privi di attrito, popolati di macchine perfette.
Rispetto a tutte le ricerche di equilibri troppo facili,
di simmetrie troppo evidenti, di Contraddizioni troppo
ovvie, Raccagni fa risuonare una forte voce di protesta
e di Contraddizione: una voce che solo pochi anni fa poteva
andar confusa nei coro numeroso dei molti seguaci dell'Informale,
e che poteva quindi apparire superflua, ma che riacquista
attualità ed efficacia nel momento in cui le esercitazioni
geometriche rispuntano fuori, approfittando del periodo
di interregno tra il declino dell'Informale stesso e l'avvento
delle nuove forme oggettivistiche e narrative destinate
a continuarne e a integrarne l'opera. Veramente, ci fu
un tempo in cui Raccagni sembra sensibile al fascino della
stilizzazione geometrica. Pensiamo a molta sua produzione
tra gli anni '45 e '50, anteriore alla "scoperta"
che ne fece l'Arcangeli nel '56: il linguaggio era allora
postcubista, volto a montare, ad avvitare l'uno sull'altro
dadi, piramidi, coni; ma appunto il "montaggio"
non rimaneva tale, dall'addizione apparentemente meccanica
delle parti nasceva un "tutto" organico, percorsa
da un flusso vitale: non erano più incastri, pazienti
opere di carpenteria, ma strani fiori esotici come provenienti
dalla vegetazione di un altro pianeta, o animali mostruosi
nati dagli incroci più imprevedibili ed arditi.
A rivedere le tele di quel periodo con l'informazione
di cui disponiamo oggi, vien fatto di accostarle alla
magistrale convivenza Che appunto, tra il cubismo picassiano
e un'urgenza vitalistica sempre più prorompente,
aveva saputo attuare Gorky attorno agli anni '30. Ma il
precedente culturale da invocare nel caso di Raccagni
(non potendosi neppur pensare a un qualche contatto con
l'artista armeno, allora da noi del tutto sconosciuto)
sarà quello ben più accessibile della "metafisica"
nostrana: palesi i ricordi, le derivazioni da De Chirico;
da un De Chirico però alleggerito, reso più
mobile, più aereo. E' certo comunque che l'attuale
fase di revival di tutto un patrimonio di immagini surrealiste
dovrebbe esser in grado di gettar sguardi molto interessati
a quel periodo del Nostro. Poi l'impulso vitalistico è
andato ingrossandosi: non più un esile filo di
corrente costretto ad aprirsi una strada tra i rigidi
ostacoli delle forme geometriche, ma un torrente impetuoso
deciso a consistere solo sulle sue forze. Un cambiamento
di temi, intervenuto versa il '55, facilita questo più
rapido prorompere dell'istanza vitalistica: non più
figure a animali favolosi di un mondo onirico, ma i luoghi
e i motivi di una natura esplorata da vicino: tralicci
di vegetali, siepi, portoni ingrommati, tronchi d'albero.[...]
Ed ecco Ia risposta di Raccagni:
Barilli mi invita ad esprimere le mie opinioni, sulla
disputa, pittura-scultura, a cui accenna nella presentazione,
che in campo teorico, profondamente ci divide. "Pittura",
"scultura", sono termini ormai insufficienti
ad esprimere Ia complessità che hanno assunto le
nuove espressioni figurative e bisognerà coniarne
di più aderenti alle nuove realtà. Se proprio
non vogliamo rinunciare a questa terminologia, devo insistere
nell'affermare che i miei lavori sono pitture.[...] Io
ritengo che un'arte passa "assimilare", come
dice Ia Langer, da un'altra quello che le conviene, per
puntualizzarsi, e credo maItre che Ia pittura sia l'arte
di esprimersi col calore su una superficie. Non importa
se questa superficie è una farina regalare (il
quadra) a una farina Libera (il mia dipinto); non imparta
se Si svolge su un piano a su diversi piani, se è
pittura aformale, geometrica, cinetica; pittura di materia,
a corpo, a velatura... Non è esiziale alla sua
natura che Ia superficie dipinta sia piana a curva, bifacciale
a mista; so-no solo differenze che valgono a distinguere
particolari contenuti e significati della pittura. La
pittura rimane; è, innanzi tutto, la pittura. La
mia pittura sarà, dunque, libera, di materia, su
superfici piane e curve, per consentire quella farina
specifica, Ia visione che agita il mio sangue. Tra l'altro
a dipingo ad olio, queste materie sono paste oleose. perciò
affermo che il mio lavoro è ancora, e maggiormente
in senso storico, il lavoro di un pittore. Pittore in
una nuova accezione, essendo Ia pittura tradizionale armai
"lingua morta" per esaurimento contenutistico-tecnica.
Renato Barilli
[Dal Catalogo di Andrea Raccagni Edizioni Bora]
a cura di Abcveneto