Roma: Gustavo Rigato (l'espressionismo e la nostalgia)
L'arte dovrebbe essere espressione,
il piacere cioè della comunicazione e della comprensione.
E ogni qual volta questo piccolo miracolo si compie, si
stabilisce un rapporto diretto tra l'opera e lo spettatore.
di Marco Romano
Mi è capitato spesso di parlare di questo argomento con
degli artisti di estrazione ed esperienze anche completamente
diverse. Scrittori, musicisti e pittori per lo più e tutti,
ognuno con il proprio percorso, sono giunti pressoché
alle medesime conseguenze: non si crea mai dal nulla.
L'artista, più semplicemente, riesce a cogliere un aspetto
della realtà e lo traduce scoprendone degli aspetti significativi,
personali, simbolici che sappiano comunicare qualcosa
grazie alla sensibilità. Ogni artista quando agisce si
predispone come tramite, innesco dell'universale rappresentazione
che è il Mondo. "Theatrum naturae" come si diceva un tempo.
Ed ecco, così, che prendendo avvio dal vedutismo, passando
per il periodo romantico e quello impressionista, dichiarato
esaurito il momento delle avanguardie e della sperimentazione
pura che volutamente tutto smaterializzava e disgregava,
oggi alcuni pittori riscoprono un antico soggetto pittorico:
il paesaggio, il gusto per la natura. E proprio lì rivolgono
con rinnovato vigore il loro affettuoso sentimento e la
loro anima.
Fra
questi vi è senz'altro anche Gustavo Rigato, artista sincero
nella sua genuinità, in cui la naturale propensione all'espressionismo
si fonde con un riverbero psicologico impressionato dalle
molteplici suggestioni emotive del panorama. Osservando
le opere, gli scorci, i tagli, la scelta dei soggetti,
è evidente il suo amore per la natura incontaminata, per
la quiete. La sua è una scelta non solo artistica ma anche
di vita: vegetariano, egli vive e dipinge in una casa-studio,
immerso, nel verde intenso, quasi protetto, riparato da
un piccolo bosco. Un' Arcadia intima, come quella mitica
regione della Grecia, dove secondo la tradizione, i pastori
vivevano d'armonia e di serenità in un'atmosfera sognante
e felicemente primordiale. Descrizione di un mondo ideale
al riparo dall'avidità del possedere, da ogni violento
attacco della società moderna, fatta di frenesia industria,
commercio e profitto. La sua pittura quindi diventa un'alcova
delicata e nostalgica che richiede il nostro silenzio
e la nostra contemplazione, un fragile equilibrio che
appare comunque vagamente minacciato, assediato dall'esterno,
oltre la cornice. Gustavo, è uno fra gli allievi di Gianni
Ambrogio, che più aderisce al particolare e vigoroso colorismo
del Maestro. I suoi paesaggi presentano un impianto robusto
e sintetico nel contempo, ove il dettaglio fugace o stabile
che sia, viene spesso preferito alle semplici panoramiche.
Le vedute aspre e incontaminate ci lasciano dentro una
traccia del suo respiro pittorico, dichiarato, quasi declamato
e rappresentato con forza e malinconia. Gli elementi,
i soggetti rimangono solidamente piantati a terra.
La
sua pennellata veloce e sicura costruisce e mette in vibrazione
gli oggetti dei quali riesce puntualmente coglierne la
vera essenza e il loro misterioso esistere. Anche i cieli
sembrano quasi dei muri, delle ideali barriere affinché
l'esterno volgare e trafficato non possa invadere e usurpare
il sottile e fragile equilibrio delle sue composizioni.
La sua arte è rappresentata in modo schietto e sincero,
come è anche la sua natura d'uomo, abituata alla fatica
e al lavoro. Per ora appare meno propenso e attratto dalla
figura e dal ritratto, dove però non perde ugualmente
l'occasione di tratteggiare con energia e anche, perché
no, con una punta di sottile ironia. E alla fine, il messaggio
che ci lascia Gustavo Rigato ha il sapore della saggezza
riservata, di un'intima ma solida consapevolezza, forse
perché raggiunta col sudore e la fatica della vita. Una
sintesi antica che oggi sembra quasi dimenticata, affogata
com'è nell'effimero oceano del presente. Marco Antonio
Romano
di Marco Romano