Editoriale nu. 18+1 (sempre avanti con i tempi!): Ugo
Foscolo ci spiega la necessità della parola
Un altro poeta che meriterebbe
di essere riscoperto e non solo studiato a scuola... a
quando un festival a lui dedicato (a nostra conoscenza,
non esiste, se esistesse, sarei ben contento di saperlo,
so che in certe università fanno una giornata foscoliana...)
o perlomeno un 'memento'? Si potrebbe fare molto per ricordarsi
dei poeti del passato, che mai sono passati, solo se si
avesse voglia... di ricordarli degnamente.
di Federico
De Nardi
Il
22 gennaio 1809 Ugo Foscolo, lesse L'Orazione Inaugurale
come prolusione al suo corso universitario a Pavia. Abbiamo
pensato di riportarne alcuni brani, perchè andrebbero
veramente imparati a memoria da tutti. Altro che le formazioni
delle squadre del calcio, urlare sono tutti capaci, ma
a parlare e a pensare...
[...] Ogni uomo sa che la parola scritta è mezzo
di rappresentare il pensiero; ma pochi si accorgono che
la progressione, l'abbondanza e l'economia del pensiero
sono effetti della parola. E questa facoltà di
articolare la voce, applicandone i suoni agli oggetti,
è ingenita in noi e contemporanea alla formazione
dei sensi esterni e delle potenze mentali, e quindi anteriore
alle idee acquistate da' sensi e raccolte dalla mente;
onde quanto più i sensi s'invigoriscono alle impressioni,
e le interne potenze si esercitano a concepire, tanto
gli organi della parola si vanno più distintamente
snodando. Chè le passioni e le immagini nate dal
sentire e dal concepire o si rimarrebbero tutte indistinte
e tumultuanti, mancando di segni che nell'assenza degli
oggetti reali le rappresentassero, o svanirebbero in gran
parte per lasciar vive soltanto le pochissime idee connesse
all'istinto delle propria conservazione, ed accennabili
appena dall'azione o dalla voce inarticolata. Il che si
osserva negli uomini muti, i quali non conseguono nè
ricchezze nè ordine di pensieri che non siano richiesti
dalle supreme necessità della vita, se non quando
ai segni della parola articolata riescano a supplire co'
segni della parola scritta. E un segno solo della parola
fa rivivere l'immagine tramandata alte volte da' sensi
e trascurata per lunga età nella mente; un segno
solo eccita la memoria a ragionare d'uomini, di cose,
di tempi che pareano sepolti nella notte ove tace il passato.
Il
cuore domanda sempre o che i suoi piaceri siano accresciuti,
o che i suoi dolori siano compianti; domanda di agitarsi
e di agitare, perché sente che il moto sta nella
vita e la tranquillità nella morte; e trova unico
aiuto nella parola, e la riscalda de' suoi desideri, e
la adorna delle sue speranze, e fa che altri tremi al
suo timore e pianga alle sue lacrime; affetti tutti che
senza questo sfogo proromperebbero in moti ferini e in
gemito disperato. E la fantasia del mortale, irrequieto
e credulo alle lusinghe di una felicità ch'ei segue
accostandosi di passo in passo al sepolcoro, la fantasia,
traendo dai secreti della memoria le larve degli oggetti,
e rianimandole con le passioni del cuore, abbellisce le
cose che si sono ammirate ed amate, rappresenta piaceri
perduti che si sospirano; offre alla speranza, alla previdenza
i beni e i mali trasparenti dell'avvenire; moltiplica
ad un tempo le sembianze e le forme che la natura consente
alla imitazione dell'uomo; tenta di mirare oltre il velo
che ravvolge il creato; e quasi per compensare l'umano
genere dei destini che lo condannano servo perpetuo ai
prestigi dell'opinione ed alla clava della forza , crea
la deità del bello, del vero, del giusto e le adora;
crea le grazie e le accarezza; elude le leggi della morte,
e la interroga e interpreta il suo freddo silenzio, percorre
le ali del tempo e al fuggitivo attimo presente congiunge
lo spazio di secoli e secoli ed aspira all'eternità;
sdegna la terra, vola oltre le dighe dell'oceano, oltre
le fiamme del sole, edifica regioni celesti, e vi colloca
l'uomo e gli dice: tu passeggerai sovra le stelle; così
lo illude e gli fa obliare che la vita fugge affannosa,
e che le tenebre eterne della morte gli si addensano intorno;
e lo illude sempre con l'armonia e con l'incantesimo della
parola.
[...] Tesoro di suoni, di colori e di combinazioni, per
cui l'intelletto, dopo d'avere percepite e denotate le
forme sensibili delle cose, può congetturarne e
concepirne le più recondite; e denominarle, e scomporle
in minime parti, e considerarle in tutti i loro accidenti,
e ricomporle nell'armonia che dianzi non intendeva; onde
spesso ne vede le cause e talvolta lo scopo, e resta men
attonito e più convinto dell'arcana ragione dell'universo:
dell'incomprensibile universo, dell'esistenza di cui mancherebbe
perfino la semplice idea, se, come l'uomo non può
comprenderlo, così non potesse nemmen nominarlo.
Insomma, Ugo Foscolo ci spiega a cosa serve la parola,
(soprattutto scritta, perchè è quella la
vera parola per gli scrittori). Per dirlo in termini più
moderni, il limite del nostro linguaggio è il limite
del nostro mondo (Wittengestein? si scrive così?
Lo spero...ecco un esempio di limite in fieri!),
del nostro pensiero e della nostra capacità di
ragionare e di saperlo comunicare agli altri. Per quello
che ne so, il mio gatto o il canarino del mio vicino di
casa, quando dorme o canta magari racconta la formula
dell'infinito o della relatività generale di Einstein
o il teorema di Fermat, ma se non può comunicarmelo,
(anche perchè io non sono in grado di comprenderlo?)
io non potrei mai immaginare che cosa sta pensando, ma
qui ci allarghiamo in un altro campo.
di Federico
De Nardi