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nu. 18 anno secondo¬ 1 settembre 2005 mensile online gratuito
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editoriale

Editoriale nu. 18+1 (sempre avanti con i tempi!): Ugo Foscolo ci spiega la necessità della parola


Un altro poeta che meriterebbe di essere riscoperto e non solo studiato a scuola... a quando un festival a lui dedicato (a nostra conoscenza, non esiste, se esistesse, sarei ben contento di saperlo, so che in certe università fanno una giornata foscoliana...) o perlomeno un 'memento'? Si potrebbe fare molto per ricordarsi dei poeti del passato, che mai sono passati, solo se si avesse voglia... di ricordarli degnamente.

di Federico De Nardi

Il 22 gennaio 1809 Ugo Foscolo, lesse L'Orazione Inaugurale come prolusione al suo corso universitario a Pavia. Abbiamo pensato di riportarne alcuni brani, perchè andrebbero veramente imparati a memoria da tutti. Altro che le formazioni delle squadre del calcio, urlare sono tutti capaci, ma a parlare e a pensare...

[...] Ogni uomo sa che la parola scritta è mezzo di rappresentare il pensiero; ma pochi si accorgono che la progressione, l'abbondanza e l'economia del pensiero sono effetti della parola. E questa facoltà di articolare la voce, applicandone i suoni agli oggetti, è ingenita in noi e contemporanea alla formazione dei sensi esterni e delle potenze mentali, e quindi anteriore alle idee acquistate da' sensi e raccolte dalla mente; onde quanto più i sensi s'invigoriscono alle impressioni, e le interne potenze si esercitano a concepire, tanto gli organi della parola si vanno più distintamente snodando. Chè le passioni e le immagini nate dal sentire e dal concepire o si rimarrebbero tutte indistinte e tumultuanti, mancando di segni che nell'assenza degli oggetti reali le rappresentassero, o svanirebbero in gran parte per lasciar vive soltanto le pochissime idee connesse all'istinto delle propria conservazione, ed accennabili appena dall'azione o dalla voce inarticolata. Il che si osserva negli uomini muti, i quali non conseguono nè ricchezze nè ordine di pensieri che non siano richiesti dalle supreme necessità della vita, se non quando ai segni della parola articolata riescano a supplire co' segni della parola scritta. E un segno solo della parola fa rivivere l'immagine tramandata alte volte da' sensi e trascurata per lunga età nella mente; un segno solo eccita la memoria a ragionare d'uomini, di cose, di tempi che pareano sepolti nella notte ove tace il passato. Il cuore domanda sempre o che i suoi piaceri siano accresciuti, o che i suoi dolori siano compianti; domanda di agitarsi e di agitare, perché sente che il moto sta nella vita e la tranquillità nella morte; e trova unico aiuto nella parola, e la riscalda de' suoi desideri, e la adorna delle sue speranze, e fa che altri tremi al suo timore e pianga alle sue lacrime; affetti tutti che senza questo sfogo proromperebbero in moti ferini e in gemito disperato. E la fantasia del mortale, irrequieto e credulo alle lusinghe di una felicità ch'ei segue accostandosi di passo in passo al sepolcoro, la fantasia, traendo dai secreti della memoria le larve degli oggetti, e rianimandole con le passioni del cuore, abbellisce le cose che si sono ammirate ed amate, rappresenta piaceri perduti che si sospirano; offre alla speranza, alla previdenza i beni e i mali trasparenti dell'avvenire; moltiplica ad un tempo le sembianze e le forme che la natura consente alla imitazione dell'uomo; tenta di mirare oltre il velo che ravvolge il creato; e quasi per compensare l'umano genere dei destini che lo condannano servo perpetuo ai prestigi dell'opinione ed alla clava della forza , crea la deità del bello, del vero, del giusto e le adora; crea le grazie e le accarezza; elude le leggi della morte, e la interroga e interpreta il suo freddo silenzio, percorre le ali del tempo e al fuggitivo attimo presente congiunge lo spazio di secoli e secoli ed aspira all'eternità; sdegna la terra, vola oltre le dighe dell'oceano, oltre le fiamme del sole, edifica regioni celesti, e vi colloca l'uomo e gli dice: tu passeggerai sovra le stelle; così lo illude e gli fa obliare che la vita fugge affannosa, e che le tenebre eterne della morte gli si addensano intorno; e lo illude sempre con l'armonia e con l'incantesimo della parola.

[...] Tesoro di suoni, di colori e di combinazioni, per cui l'intelletto, dopo d'avere percepite e denotate le forme sensibili delle cose, può congetturarne e concepirne le più recondite; e denominarle, e scomporle in minime parti, e considerarle in tutti i loro accidenti, e ricomporle nell'armonia che dianzi non intendeva; onde spesso ne vede le cause e talvolta lo scopo, e resta men attonito e più convinto dell'arcana ragione dell'universo: dell'incomprensibile universo, dell'esistenza di cui mancherebbe perfino la semplice idea, se, come l'uomo non può comprenderlo, così non potesse nemmen nominarlo.

Insomma, Ugo Foscolo ci spiega a cosa serve la parola, (soprattutto scritta, perchè è quella la vera parola per gli scrittori). Per dirlo in termini più moderni, il limite del nostro linguaggio è il limite del nostro mondo (Wittengestein? si scrive così? Lo spero...ecco un esempio di limite in fieri!), del nostro pensiero e della nostra capacità di ragionare e di saperlo comunicare agli altri. Per quello che ne so, il mio gatto o il canarino del mio vicino di casa, quando dorme o canta magari racconta la formula dell'infinito o della relatività generale di Einstein o il teorema di Fermat, ma se non può comunicarmelo, (anche perchè io non sono in grado di comprenderlo?) io non potrei mai immaginare che cosa sta pensando, ma qui ci allarghiamo in un altro campo.

di Federico De Nardi

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