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Treviso: Né eliminato né presceltoGoffredo Parise e il boogie Senza contare che Adelphi sta ripubblicando la sua opera. Nasce a Vicenza nel 1926 e muore all'ospedale di Treviso nel 1986, dopo aver girato il mondo. Goffredo Parise si colloca tra i maggiori del '900, devoto della singolarità e della perspicacia, dall'occhio attento alla fisiologia e all'apparenza fisionomica, scrittore visionario, ma anche sceneggiatore e pittore. Martedì nel giardino di palazzo Bomben, sullo sfondo le decorazione
ad affresco di via Roggia, l'attore di teatro Sandro Lombardi ha letto
al pubblico alcuni brani di Parise, quasi tutti tratti dal volume Quando
la fantasia ballava il <<boogie>>, curato da Silvio
Perrella; opera che ci fa conoscere un Goffredo, saggista letterario.
Ha fatto da coordinatore dell'incontro Gian Mario Villalta. Fa da rima
del volume la persona del nostro Giovanni Comisso a cui la critica non
ha mai dato gli onori che merita. "E' lui -scrive Perella- nella postfazione
l'emblema di una letteratura che ha continuato a ballare il boogie a
dispetto di ogni regola e costrizione". Ma dove nasce e come è stata
fatta questa associazione con questo ballo scomposto ed energizzante
quale il boogie? Lo dice Parise stesso nell'ultimo brano -scritto in
occasione della laurea ad honorem presso l'università di Padova nel
1986- del libro e che ha dato il titolo allo stesso libro. Nei primi anni Ottanta, mentre la last gereration è scomparsa, tranne che nella persona di Moravia, Parise pubblica nel Corriere della Sera i Sillabari e per chi, come Perella, li leggeva beneficiava di quell'aria fresca come chi era oppresso dall'afa asfissiante della letteratura del tempo "pesante e politicizzata". Qualcuno ha classificato Parise come scrittore di destra, ma "lui non cercava l'ideologia nelle persone, ma l'essere umano" che lui voleva conoscere attraverso una rete di relazioni, attraverso il viaggio, attraverso, infine, il cambiamento. Il conoscere non ha mai cambiato il silenzio profondo, inespugnabile -dice la Ginsburg-, di Goffredo, riconducibile forse alla sua condizione di "né eliminato, né prescelto", di figlio amato ma illegittimo, di letterato sapiente ma senza "il corpus di una cultura universitaria".
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