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A CASA DELL’ARTISTA: incontro con Natalino Andolfatto
Testi di Alessandra Pucci – fotografie di Luccia Danesin
La casa di Natalino e di sua moglie Mirella è avvolta da un giardino fiorito di oleandri e di lavanda, poggiata sul verde del prato, coronata dall’uliveto che degrada in un pendio con la veduta di Bassano del Grappa: forse la stessa che incantava i grandi pittori del ‘500. Qui il tempo sembra essere sospeso, non sovraccarico della fretta contemporanea e dei rumori, ma di una quiete che lascia spazio alla contemplazione, ad un fare meditato, lento e tenace.
L’Artista ci accoglie all’ombra del portico, circondato dai suoi cinque cani affettuosi,fedeli, che partecipano a loro modo all’incontro, sempre presenti, forse consapevoli di essere anch’essi parte integrante d’un vivere possibile solo in certi luoghi e con determinate persone.
Natalino Andolfatto è una persona piacevole nell’aspetto e gentile nel tratto, pur essendo riservato e quasi timido come a volte sono i grandi uomini, specialmente quando si nasce tra le valli del Grappa, o di altri luoghi aspri soprattutto negli anni che precedettero lo sviluppo economico e la trasformazione del nostro Paese.
Di quegli anni giovanili, l’Artista ricorda l’apprendistato come marmista nelle botteghe degli artigiani noti per i loro manufatti non solo nel Veneto, esperienza fondamentale per la scelta del suo futuro di scultore che del marmo conosce ogni segreto. 
Il punto di contatto con Andolfatto lo abbiamo stabilito attraverso la nostra comune amica Maria Baldan, la quale ha sempre testimoniato il valore di questo scultore e la bella amicizia che da subito li ha legati, dopo un fortunato incontro a Parigi nei primi anni ’70, a seguito di una mostra personale di Andolfatto nella galleria Lucien Durand.
In quella circostanza Natalino conobbe anche Giuseppe Marchiori, grande critico d’arte, appassionato conoscitore della scultura contemporanea e da quell’incontro felice, estimatore dell’opera di quel giovane scultore che aveva già in sè il progetto e la visione della sua originale espressione artistica.
Parigi luogo della memoria del giovane scultore, che sente la presenza delle migliori energie artistiche di quegli anni, come linfa necessaria al rapido sviluppo delle sue idee e del suo talento.
E’ interessante il suo racconto..”sono nato a Pove del Grappa e a 18 anni mi sono trasferito a Parigi, dove frequentai i corsi all’Accademia di Belle Arti, e per mantenermi scolpivo angeli, madonne e altri soggetti religiosi che mi commissionavano e venivano ben pagati. Poi grazie all’incontro con il Maestro Zadkine di cui divenni ben presto assistente, rinunciai a quei buoni guadagni per vivere appieno la mia creatività: non è stato un percorso facile, anzi, duro ma allo stesso tempo pieno di situazioni e d’incontri memorabili che hanno contribuito alla realizzazione delle mie aspirazioni e dei miei sogni.”
Lo seguiamo mentre ci parla della qualità dei vari tipi di marmo con cui ha realizzato alcune sculture poste nel giardino: marmo nero del Belgio, bianco screziato di Carrara, o quello venato di grigio che viene dalla Grecia, forme perfette che si stagliano nel verde e nell’azzurro del cielo. Della tematica svolta da Andolfatto nell’affrontare il marmo, vale riproporre un brano tra i tanti significativi scritti da Luciano Caramel nel catalogo della personale di Natalino alla galleria Denise Renè a Parigi nel 1994 “...Il miracolo Andolfatto è stato quello di trasformare attraverso la tecnica la materia in immagine, con un processo di purificazione e di decantazione, che ha consentito all’artista di approdare ad una sintesi non a priori: prodotto, invece, di un accanito applicarsi alla pietra-matrice, michelangiolescamente ”per forza di levare”. Registro entro cui s’è progressivamente dato lo scatto del riconoscimento, e quindi della maturazione di un linguaggio originale, che a grado a grado s’è fatto stile, con coerente sviluppo.”.
Le sensazioni che la materia levigata da mani sapienti ci comunica sono contrastanti: leggerezza, spazialità presenti quasi a sovrastare il peso dell’opera che pur conservando tutte le peculiarità della pietra e del marmo finiscono per essere elementi di luce.
Luce Pierfrancescana, mistica, attinente alla meditazione all’interno di antichi chiostri che ci vengono alla memoria soprattutto negli “Episceni”, spazi marmorei bianchi o di venatura rossa, dove la geometria appare come principio di ogni Bellezza.
Luccia ed io vorremmo accarezzare le opere che si susseguono all’interno della galleria, (tutte di proprietà del Maestro) tanto appaiono impalpabili e pur presenti e poggianti, quasi pronte a involarsi, forse per la determinazione dello scultore a tradurre nel marmo la levità del segno appena acquerellato. Nello studio luminoso, il tavolo da lavoro è disseminatodi fogli con disegni preparatori che evidenziano l’inseguire la semplificazione di una idea intorno ad un vasto progetto che accomuna Andolfatto ai grandi architetti contemporanei.
Di fatto le forme titolate “Teatrino”, hanno la consistenza e la tridimensionalità e l’atmosfera di uno spazio che è la scena di un mondo metafisico, pensate da un matematico-filosofo-architetto che proietta il suo sapere nel modo più semplice e proprio perciò più complesso e misterioso. Dunque lo scultore pensa poeticamente, agisce con forza sulla materia, per poi raggiungere il punto limite di equilibrii capaci di stupire per la purezza delle forme e il pieno raggiungimento del messaggio in esse contenute.
Testine di marmo di Carrara e altre di marmo nero del Belgio, sono appoggiate nei ripiani dellla libreria, accanto a tutto il materiale bibliografico che racconta la carriera di un artista internazionale, appassionato del suo lavoro che non si adagia nel successo ma continua a produrre fome che segnano il cammino della sua vita con la convinzione che le sue mani, i suoi attrezzi e la pietra, costituiscono la trama e l’ordito del suo stesso esistere.
I cani ci seguono nel vasto soggiorno al piano terra, ma stanno a rispettosa distanza dai comodi divani di cuoio, forse sanno che questo spazio è destinato a conversazioni pacate, a letture e alla visione delle opere di artisti contemporenei che Andolfatto ha conosciuto e dei quali ha collezionato disegni e dipinti. Un ritratto eseguito a carboncino con pochi segni essenziali, è particolarmente caro allo scultore perchè in quei tratti è racchiuso il carattere del suo amatissimo fratello Renato scomparso nel ’94, collaboratore instancabile al suo fianco fin dagli anni del suo apprendistato a Parigi. 
Tra i critici che hanno scandagliato la sua opera per evidenziarne aspetti meno immediati, merita attenzione Luca Massimo Barbero, che così definisce l’opera di Andolfatto nel catalogo della personale alla Galleria Lorenzelli a Milano nel 2004”...Ogni elemento si colloca solenne e domestico al tempo stesso, dialoga con gli altri non per la sola forma ma per le proprie linee dinamiche, per la forzata staticità dell’essere immerso in un attimo eterno; tutti giunti in tempo per esserci, per incontrare gli altri e.. formare un unico corpo un luogo d’incontro dove Qualcosa accade, per sempre e mai.”...
Critici, galleristi e collezionisti italiani e d’altri Paesi, curatori di importanti musei, e tutto un corteo di personaggi famosi del mondo dell’arte, emerge da brevi cenni nella conversazione, quasi una sorta di timidezza a fronte di nomi che hanno fatto la cultura di questa Europa del xx sec., che hanno saputo vedere e amare l’opera di Andolfatto.
I ricordi di Natalino scattano intorno ad ogni foto, libro, quadro, oggetti che parlano di perdite gravi ma anche di grandi incontri capaci di dare nuova linfa alla sua esistenza: nell’83, dopo una fortunata mostra a Milano alla Galleria Stendhal e un viaggio in Giappone, sposa Mirella, l’affettuosa e infaticabile compagna di lavoro e di vita, perfetta padrona di casa che sa essere presente e leggera a fianco di un uomo che è consapevole dei doni che con la volontà e la tenacia ha meritato.
Mirella desidera trattenerci per una piccola colazione sotto la veranda, cosa molto gradita a Luccia e a me che appezziamo la spontanea ospitalità dei coniugi Andolfatto, oltre al piacere di prolungare un incontro che vorremmo divenisse amicizia: chissà!
Natalino scrive due dediche sui cataloghi di cui ci fa dono: sarà anche il materiale che userò per documentarmi e non perdere il filo nel tentativo di tracciare un profilo che non si discosti troppo dall’originale...
Tuoni e nubi all’orizzonte: sopra Bassano il cielo è d’improvviso cupo, gli oleandri ondeggiano al vento e i cani cominciano ad essere irrequieti, sicchè i nostri ospiti dopo un ultimo bicchiere di rosso di Bordeaux, ci accompagnano con l’augurio di vederci tornare.
In auto ci portiamo dietro l’odore del giardino racchiuso in un mazzetto di fiori di lavanda e la netta sensazione di un incontro memorabile.
e-mail natalinoandolfatto@alice.it
info@lorenzelliarte.com
www.lorenzelliarte.com
Galerie Denise Renè
196 Boulevard Saint Germain. Paris, 7
Testi di Alessandra Pucci – fotografie di Luccia Danesin
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